Bhutto murder

Di solito non faccio copia-incolla dai siti dei giornali italiani, ma stavolta ho trovato qualcosa che si avvicina a una analisi dell’assassinio della leader politica pachistana Bhutto. Mi sembra a buon fine. Buona lettura.

On Bhutto murder di ALIX VAN BUREN
Se non fosse bastata la notizia della morte di Benazir Bhutto a scuotere la già vacillante politica della Casa Bianca in Pakistan, s’è aggiunto ieri il brutto livido di una possibile responsabilità, almeno indiretta, del presidente Musharraf nel destino della rivale. A puntare l’indice accusatorio contro l’ex generale è la copia di un messaggio spedito dalla stessa Bhutto all’alba del 26 ottobre a una serie di amici, nel quale presagiva la sua sorte.

Da ieri quelle sei righe inviate dal suo BlackBerry, firmate semplicemente “B”, circolano nella Casa Bianca e nel Campidoglio americano. All’amico Mark Siegel, democratico di vecchia data, già assistente della presidenza Carter e suo lobbysta a Washington, quel giorno lei scrive, telegrafica: “Se qualcosa dovesse accadermi, riterrò Musharraf responsabile. I suoi lacché mi fanno sentire insicura”. E’ trascorsa appena una settimana dal primo attentato cui è scampata, e riferendosi ai sistemi di sicurezza richiesti e mai accordati, Benazir accusa. “E’ impossibile che il divieto di prendere macchine private, di usare vetri oscurati, o dispositivi elettronici, o una scorta di quattro veicoli della polizia per proteggermi da tutti i lati possa essere stato decretato senza il suo accordo”.

Le fonti ufficiali tacciono sull’ennesima miccia che promette di mandare in frantumi la faticosa opera diplomatica imbastita da Washington per consolidare il suo alleato pachistano. A funestare i presagi piomba anche il bollettino di guerriglia urbana trasmesso dalle piazze del più popoloso Paese islamico al mondo dopo l’Indonesia, armato di un arsenale nucleare (voluto nel 1972 proprio da Zulfiqar Ali Bhutto, il padre “martire” di Benazir). L’apocalittico quadro delle 36 e più città pachistane pervase dal fumo dei pneumatici bruciati, i primi scontri sanguinosi tra le fazioni rivali della Lega musulmana (legate a Nawaz e Musharraf) esprimono attraverso l’immediatezza delle immagini quel che gli esperti riassumono in un interrogativo: “Scomparsa Bhutto dalla scena, il presidente Bush ha un piano alternativo?”.

La stampa americana conferma lo scacco inferto a Washington dalla perdita di un elemento essenziale nel progetto di Condoleezza Rice per puntellare l’uomo forte Musharraf, alleato e custode del bastione orientale della sicurezza americana nel Grande Medio oriente, rotta privilegiata di al-Qaeda nel transito verso l’Afghanistan, ma anche degli oleodotti costruiti fra l’Iran o l’Asia centrale e l’India, essenziali per la sicurezza energetica degli Stati Uniti. Per più d’un anno il Dipartimento di Stato s’era convertito nella quinta segreta dove s’andava ideando l’accoppiata politica con Benazir Bhutto per conferire una patina di rispettabilità al generale in precipitoso calo di popolarità. Questo mentre il New York Times calcola le scarse probabilità di sopravvivenza di Musharraf dopo l’assassinio di Bhutto, e per illustrare meglio la crisi sciorina i risultati di un sondaggio recente stando al quale già mesi fa il 67 per cento dei pachistani voleva le dimissioni del presidente, e il 70 per cento non intendeva rieleggere il suo governo.

Scomparsa Benazir, “la politica degli Stati Uniti è andata in fumo”, concordano gli osservatori. La prescrizione impartita è altrettanto unanime, e accompagnata da molti qualificativi: soltanto se Musharraf reinsedierà la Corte Suprema, se i militari non interferiranno nella scelta di un nuovo leader del Ppp, se le elezioni saranno libere e trasparenti, se il regime militare lascerà il posto a un governo civile, si smorzerà forse la miccia della polveriera nucleare pachistana.

(29 dicembre 2007)


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