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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Beijing 1948-2008

In Appunti, WORLD NEWS on August 8, 2008 at 12:12 pm

“Il mio prossimo libro lo vorrei fare sui giornalisti, i visitatori stranieri che raccontano la Cina agli occidentali, e lo vorrei intitolare La scelta tra la verita’ e il visto: la verita’, cioe’ quello che realmente accade in Cina, e il visto, cioe’ il permesso di entrare nel Paese. Per avere il secondo bisogna scordarsi della prima”.

Parole di TIZIANO TERZANI a colloquio con il giornalista Stefano Silvestri ne L’EUROPEO n.41 del 1984. Terzani aveva appena pubblicato il suo ultimo libro La porta proibita dove metteva a confronto le sue aspettative con la sua esperienza cinese, finita poi con una espulsione. All’apertura dei giochi di Beijing 2008 e’ oppotuno non dimenticare il Tibet ma anche non fingere che il problema dell’assenza di democrazia in Cina sia una novita’. Questo e’ un invito a rileggere i reportage e i servizi dedicati al Paese e pubblicati in raccolta da L’EUROPEO di Luglio 2008 (CINA dal 1948 alle OLIMPIADI).

E citando ancora Terzani direi che l’invito si rivolge a coloro che vogliono capire come come e’ cambiata la Cina che “Doveva essere la patria dell’uomo nuovo e ora e’ un paese miserabile. Dovevano credere nella rivoluzione e ora sperano nel frigorifero.”

 

El Alemanno

In Uncategorized on May 30, 2008 at 10:58 am

El Alemanno. L’allusione a El Alamain e’ puramente casuale, usata solo per un gioco fonico. Pero’ Alemanno rimane comunque il topic di questo post. Il clima cambia, il global warming ha investito anche ROMA, che dopo le elezioni politiche nazionali e l’elezione del primo sindaco di destra per la citta’ di Roma si e’ un po’ surriscaldata. Nell’aria volano parole calde. Fascismo, razzismo, regime, xenofobia…e cosi’ via. Linea dura sui Rom e sull’immigrazione clandestina. Niente piu’ menu’ etnici nelle scuole e gite scolastiche non solo ad Auschwitz o in Africa ma anche alle Foibe. Ma nei sondaggi di Repubblica.it vince l’approvazione di una politica piu’ severa contro la criminalita’ e l’illegalita’. Una politica siffatta ha anche incoraggiato i Robin Hood, i giustizieri di quartiere, contro i soprusi e la criminalita’ locale. Infatti tra le righe delle cronache si legge che i roghi di campi Rom alla periferia di Napoli vanno letti come spirale di guerra e vendetta tra criminali. Zingari e camorristi. I Raid al Pigneto sembrano essere un regolamento di conti tra usurai di quartiere che si spacciano per giustizieri del popolo romano e una rete di spacciatori e rivenditori di riso e oppio asiatici. Alimentari e articoli per fumatori… Insomma razzismo e xenofobia sembrano piu’ il risultato di anni di lassaiz faire in politica interna. La paralisi burocratica italiana in materia immigrazione ha creato un intreccio morboso nel sottosuolo della convivenza civile tra cittadini dello stesso quartiere, ma non della stessa citta’ o Stato. L’interrogativo sul perche’emergono solo adesso puo’ avere solo una risposta. Lo scarto che corre tra politica e politica dell’informazione non esiste, perche’ coincidono. La destra ha conquistato i voti di sinistra perche’ la sinitra e’ ancora ingessata in argomenti tabu’ come l’immigrazine alla quale preferisce attribuire il volto romantico della globalizzazione culturale e nint’altro. Cosi’ adesso sembra che non sia piu’ una vergogna esibire in autobus o in tram un pagina aperta di Libero o del Giornale. Tra sguardi disgustati ma inevitabilmente vinti. E la soddisfazione arrogante del vincitotre!

“Qui Damasco”

In Appunti, Uncategorized on May 12, 2008 at 3:46 pm

Le ultimissime dicono che Alessandro sia in partenza da Damasco, Siria, per l’Italia. Bentornato Ale!

Fiamma estinta

In Appunti, People, US Newspapers, WORLD NEWS on April 11, 2008 at 9:52 am

Harry Edwards, ideologo delle proteste dei neri d’America contro la segregazione razziale alle Olimpiadi di Citta’ del Messico nel 1968, ha detto ieri intervistato da Repubblica:

“L’assegnazione dei Giochi e’ politica. Serve a lucidare i nazionalismi, a manifestare la superiorita’, non democraticita’. La mia idea e’ che i Giochi dovrebbero farsi sempre a Olimpia, in Grecia, dove sono nati…Cosi’ la gestione resta allo sport e non ai paesi che sfruttano le Olimpiadi per il loro trionfalismo”.

A Parigi la fiaccola e’ stata spenta dai manifestanti e sembra che il suo viaggio continui a FIAMMA ESTINTA per tutte le proteste che ha sollevato. Non solo TIBET pero’, non dimentichiamo di parlare di DARFUR, le persecuzioni e le uccisioni di massa che il governo del Sudan ha gia’ commesso per far spazio ai capitali cinesi che succhiano il nettare nero di quella terra. Non solo TIBET ma anche la mancanza di democrazia e liberta’ d’espressione in cina, dal lavoro schiavista e minorile al regime del partito unico.

Beijing Watch 2008

In Appunti, People, WORLD NEWS on March 24, 2008 at 7:33 pm

“China: the world’s biggest prison for journalists and cyber-dissidents”

 

OLYMPIA 24 Marzo 2008 – All’accensione della fiaccola dei Giochi Olimpici 2008 i rappresentanti degli attivisti di REPORTERS SANS FRONTIERES hanno protestato pubblicamente contro il silenzio del Comitato Olimpico sulle ormai vecchie abitudini repressive del governo cinese in materia di liberta’ d’espressione. I dipartimenti della propaganda e della pubblica sicurezza, insieme alla polizia del cyber spazio, non hanno neanche pensato di abbandonare la pratica della censura nonostante le promesse fatte all’assegnazione dei giochi nel 2001. Chiusa la bocca e gli occhi degli osservatori insider e outsider, la violazione dei diritti umani di popolazioni come quella del Tibet – accusate di separatismo – restano sullo sfondo di una irenica manifestazione sportiva mondiale. Circa 30 giornalisti e 50 internet users cinesi sono detenuti nelle carceri di Pechino, alcuni dal 1980. Il governo blocca l’accesso a migliaia di siti web di informazione, comprese dieci stazioni radio in lingua cinese, tibetana e Uygur. Da poco la cyber-police si e’ concentrata sul blocco di blog e video-sharing websites come You-tube accusati di essere sovversivi.

In occasione delle olimpiadi di Mosca nel 1980 Vladimir Bukovsky, dissidente russo, commento’: “Politicamente un grave errore; umanamente un atto vile; legalmente, un crimine.”

Gerusalemme piange

In Appunti, People, Uncategorized on March 7, 2008 at 10:22 am

Picasso - Woman Weeping 1937La più bella donna d’Oriente si guarda allo specchio e si vede di colpo invecchiata, abbrutita. I suoi occhi non brillano più, sono lucidi, afflitti, quasi sembrano riempirsi di lacrime amare e calde. Ma non sono gli oltre tremila anni d’età il motivo di questa disperazione, Gerusalemme non teme gli anni di troppo. Il suo fascino sta proprio nella vecchiaia, nella sua stessa Storia. Il Tempo che avvolge le sue dolci colline l’ha resa attraente e contesa per secoli. Innumerevoli amanti-dominatori hanno lasciato segni feroci nella sua anima e si ostinano a segnare il suo volto. Il regno di Davide, quello babilonese, persiano, greco, romano, musulmano di Damasco o Baghdad, crociato o turco, o che sia inglese, sono stati attratti e sedotti da Gerusalemme a testimonianza della sua bellezza.

Gerusalemme piange e rimpiange una quiete perduta. Ricorda le numerose distruzioni e ricostruzioni di mura, case, quartieri, luoghi a lei cari e sacri. E’ spezzata, divisa, contesa. Un cumulo di rovine compongono il mosaico della sua esistenza, come fosse la personalita’ di una donna. Una donna illusa e tradita piu’ volte da una speranza di pace. Solo una memoria pesante e opprimente, una totale assenza di concordia e d’armonia. Il tributo di lacrime e sangue pagato non e’ sufficente a riscattare la sua felicità, e neanche quella di coloro che per secoli l’hanno invocata nelle loro preghiere, aspirando a ricongiungersi a lei e ad amarla. Gerusalemme non ha mai dimenticato Davide, il suo primo amore. Se è vero che “dieci misure di bellezza furono donate al mondo e nove furono prese da Gerusalemme”talmud babilonese – e’ allora l’eccesso di bellezza causa di tragedia.

Appunti di Martha durante il suo primo viaggio a Grusalemme

 Jerusalem 4 Gennaio 2003 / 1 Shvat 5763

Aspettando Aprile

In Appunti, Around ROME, Italy at a glance, People, Uncategorized on February 12, 2008 at 10:34 am

Aspettando Aprile tutto tace. Tra qualche spruzzatina di veleno sul PD e un’onda di confusione tra le anime sole del vecchio Polo delle Liberta’. Paorama ha scritto a grandi lettere in copertina della scorsa settimana: PAURA DI VOTARE. Forse andrebbe aggiunta anche la PAURA DI GOVERNARE questo Paese, della quale probabilmente non ne sono certamente immuni anche i brandelli di partito piu’ sicuri. Dopotutto uno (PD) e’ ancora in fase costitutiva, e’ del tutto nuovo e non ha alle spalle nessuna storia attiva su cui costruire. L’altro, o gli altri, ancora fondano la loro identita’ in un senso di opposizione totale!!! C’e’ da avere veramente paura…

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Rwanda genocide – passato presente

In Appunti, People, WORLD NEWS on January 22, 2008 at 10:39 am

 L’Africa invisibile – di Gianluigi Von Biermann

© James Nachtwey/MagnumIl mondo gremito di presenza s’è rimpicciolito, il vuoto è pieno d’assenza di memoria, e di significati.

Fu verso la fine degli anni ‘50 che sull’onda dei vari indipendentismi africani l’esigenza d’una autonomia e di un’autodeterminazione iniziò a sorgere anche in Rwanda.

Breve sunto storico.

I territori dell’attuale Rwanda  furono “ereditati” dai belgi al termine del primo conflitto mondiale, tali territori appartenevano all’impero tedesco il quale si era in precenza limitato a rivendicarne il possesso. I belgi ereditarono anche quello.

Hutu e Tutsi vivevano all’interno di una società pressochè feudale dove al vertice sedeva un re Tutsi che tuttavia potremmo definire istituzionale poichè i tre principali poteri erano divisi fra Tutsi (signore delle mandrie) Hutu (signore delle terre) ed i Kwa a cui erano affidati compiti che potremmo definire di forze dell’ordine, assimilabile ad un’odierna polizia.
 
Benchè di origini diverse (Tutsi del cippo nilotico, Hutu subshariano) difatto nell’antico Rwanda le tensioni relative alla divisione del potere, all’elezione di un re, alla nomina dei vari sacerdoti rientravano in un livello che non differiva da quelle in una qualsiasi società complessa. Hutu e Tutsi erano due tribù diverse (nella R.D. del Congo ve ne sono circa 300) ma con medesima lingua, religione ed usi e costumi. Furoni i Belgi a trasferire in toto il potere ai tutsi seguendo principi razziali, favorendo i tutsi poichè grazie alle dimensioni ridotte di orecchie e naso, di pelle leggermente più chiara e di aspetto slanciato erano ritenuti “più vicini” ai bianchi rispetto agli hutu. I cosiddetti “principi razziali” erano una in realtà un promisquo di stereotipi, teorie biblico-scientifiche (in quanto nilotici i tutsi vennero inquadrati come discenenti di Sem, popoli semitici, in ogni caso figli d’un antenato comune giudaico-cristiano.mussulmano, Abramo) ed ignoranze antropologiche poichè condividendo lo stesso corpus di leggi, lingua, simboli di fatto Hutu e Tutsi non erano due etnie diverse, ma tribù con specificità diverse.
 
L’antico regno di Rwanda era simboleggiato dal tamburo Karinga (assmilabile ad un misto di vessillo ed insieme corpus culturale-storico) il quale da simbolo d’unione (varie fasce dipinte simboleggiavano “gli strati” umani che componevano la società rwandese) divenne simbolo di supremazia da parte dei tutsi.
 
Con la distruzione del tamburo Karinga andò perduta anche quell’antica, forse flebile ma funzionante e relativamente stabile, “unione” che permetteva la convivenza ed anzi la manteneva.
 
Il gruppo dei Tutsi favorito per circa 40 anni dai Belgi premeva per l’indipendenza, gli Hutu (o Bantu, o Ba-hutu) erano “disposti” ad un rinvio cosa che li favorì nel cambio di potere che si verificò all’epoca. I Belgi cessarono di favorire i tutsi ed in pratica trasferirono il potere ai Bantu. E del 1959 la prima guerra civile che provocò 1 milione di Tutsi sfollati. Nel 1962 si giunse all’indipendenza, nelle carte di identità veniva anche specificata la tribù d’appartenenza. Nel 1963 i Tutsi dall’esilio attaccarono il Rwanda con l’obbiettivo di tornare alle loro terre, e riconquistare il potere, i Tutsi all’interno del paese furono soggetti a nuovi massacri e persecuzioni. Nel 1965 tentarono ancora l’impresa ed ancora vi furono massacri Tutsi ad opera Bantu all’interno del Rwanda.

Nel 1994 l’aereo dove volava l’allora presidente del Rwanda, durante un volo per l’Uganda dove avrebbe dovuto firmare gli accordi di pace con i tutsi ribelli, fu abbattuto da missili sparati da Kigali da mandanti sconosciuti nonostante l’arcipelago di ipotesi.

Radio Kigali trasmise il seguente messaggio: – Tagliate gli alberi alti.-

Il partito dell’ intheramwe faceva risuonare ovunque i propri slogan.- Chi ha abbattuto la foresta? I Bantù, chi ha reso la terra coltivabile? I Bantù. Chi aveva occupato le loro terre? I Tutsi!
Radio Kigali spiegava che l’errore che avevano commesso le latre volte non doveva accadere mai più! L’errore consisteva nel aver permesso che i Tutsi fuggissero, dando modo che l’evenienza di un ritorno dei profughi fosse possible. Da morti, i tutsi non sarebbero più tornati.

Sembrava la vecchia storia dei conflitti biblici di Caino ed Abele, del pastore contro l’agricoltore, ma non era così. I Tutsi non erano pastori, ma propietari di bestiame in origine, tanto che era un Tutsi ad essere il signore delle mandrie, in origine quindi essere tutsi equivaleva ad occupare un preciso posto nella scala sociale, nello specifico quello dell’aristocrazia. Con le nuove carte di identità tutsi non erano solo i tutsi originari ma anche hutu divenuti nel frattempo proprietari di bestiame, Hutu sposati con tutsi ed anche propietari di bestiame.

Il resto è risaputo, nel volgere di nove settimane furono uccisi più di un milione di tutsi ed hutu moderati. Il F.N.R. ( Fronte nazionale rwandese) guidato dall’attuale Paul Kagame invase da Uganda e Congo il Rwanda, in pochi giorni giunse a Kigali, dichiarò fuori legge il partito dell’interhamwe che fuggi nel nord Congo con quasi un milione di profughi Hutu.

Oggi.

Dopo due guerre congolesi che hanno provocato quasi tre milioni di morti si combatte ancora nelle province del nord Kivu dove si danno battaglia 4 esreciti: quello Rwandese con icursioni in Congo contro l’ Interhamwe, quello dell’Interhamwe contro i tutsi rifugiati in Congo, e quello del generale Laurent Kunda, ex genrale tutsi dell’esercito congolese a sua volta in lotta contro l’interhamwe e l’esercito regolare congolese mandato da Joseph Kabila a ristabilire autorità territoriale.

Laurent Kunda è un Bayamulenge, un tutsi congolese ma di origine rwandese, cioè nato da tutsi profughi. I Nande, tribù hutu che popola il nord del Congo hanno un sentimento così intriso di paura ed odio verso i tutsi che mi è stato difficilissom trovare qualcuno intenzionato ad espormi il proprio punto di vista ed i propri sentimenti riguardo alla situazione. Mentre Kunda con una milizia di 5000 uomini si dichiara pronto ad un cessate il fuoco ma non disposto a “lasciare” senza protezione la minoranza Tutsi nlla zona Kivu- Goma gli scontri continuano rilevando un asse Kunda – Kagame e ponendo in essere le basi per un nuovo genocidio questa volta appena dietro la sbarra della frontiera rwandese. La comunità internazionale si assenta, radiosa come ai tempi di radio Kigali.
I machete luccicano ancora.
L’incubo di Conrad sopravvive…..

Bhutto murder

In Appunti, People, WORLD NEWS on December 29, 2007 at 1:40 pm

Di solito non faccio copia-incolla dai siti dei giornali italiani, ma stavolta ho trovato qualcosa che si avvicina a una analisi dell’assassinio della leader politica pachistana Bhutto. Mi sembra a buon fine. Buona lettura.

On Bhutto murder di ALIX VAN BUREN
Se non fosse bastata la notizia della morte di Benazir Bhutto a scuotere la già vacillante politica della Casa Bianca in Pakistan, s’è aggiunto ieri il brutto livido di una possibile responsabilità, almeno indiretta, del presidente Musharraf nel destino della rivale. A puntare l’indice accusatorio contro l’ex generale è la copia di un messaggio spedito dalla stessa Bhutto all’alba del 26 ottobre a una serie di amici, nel quale presagiva la sua sorte.

Da ieri quelle sei righe inviate dal suo BlackBerry, firmate semplicemente “B”, circolano nella Casa Bianca e nel Campidoglio americano. All’amico Mark Siegel, democratico di vecchia data, già assistente della presidenza Carter e suo lobbysta a Washington, quel giorno lei scrive, telegrafica: “Se qualcosa dovesse accadermi, riterrò Musharraf responsabile. I suoi lacché mi fanno sentire insicura”. E’ trascorsa appena una settimana dal primo attentato cui è scampata, e riferendosi ai sistemi di sicurezza richiesti e mai accordati, Benazir accusa. “E’ impossibile che il divieto di prendere macchine private, di usare vetri oscurati, o dispositivi elettronici, o una scorta di quattro veicoli della polizia per proteggermi da tutti i lati possa essere stato decretato senza il suo accordo”.

Le fonti ufficiali tacciono sull’ennesima miccia che promette di mandare in frantumi la faticosa opera diplomatica imbastita da Washington per consolidare il suo alleato pachistano. A funestare i presagi piomba anche il bollettino di guerriglia urbana trasmesso dalle piazze del più popoloso Paese islamico al mondo dopo l’Indonesia, armato di un arsenale nucleare (voluto nel 1972 proprio da Zulfiqar Ali Bhutto, il padre “martire” di Benazir). L’apocalittico quadro delle 36 e più città pachistane pervase dal fumo dei pneumatici bruciati, i primi scontri sanguinosi tra le fazioni rivali della Lega musulmana (legate a Nawaz e Musharraf) esprimono attraverso l’immediatezza delle immagini quel che gli esperti riassumono in un interrogativo: “Scomparsa Bhutto dalla scena, il presidente Bush ha un piano alternativo?”.

La stampa americana conferma lo scacco inferto a Washington dalla perdita di un elemento essenziale nel progetto di Condoleezza Rice per puntellare l’uomo forte Musharraf, alleato e custode del bastione orientale della sicurezza americana nel Grande Medio oriente, rotta privilegiata di al-Qaeda nel transito verso l’Afghanistan, ma anche degli oleodotti costruiti fra l’Iran o l’Asia centrale e l’India, essenziali per la sicurezza energetica degli Stati Uniti. Per più d’un anno il Dipartimento di Stato s’era convertito nella quinta segreta dove s’andava ideando l’accoppiata politica con Benazir Bhutto per conferire una patina di rispettabilità al generale in precipitoso calo di popolarità. Questo mentre il New York Times calcola le scarse probabilità di sopravvivenza di Musharraf dopo l’assassinio di Bhutto, e per illustrare meglio la crisi sciorina i risultati di un sondaggio recente stando al quale già mesi fa il 67 per cento dei pachistani voleva le dimissioni del presidente, e il 70 per cento non intendeva rieleggere il suo governo.

Scomparsa Benazir, “la politica degli Stati Uniti è andata in fumo”, concordano gli osservatori. La prescrizione impartita è altrettanto unanime, e accompagnata da molti qualificativi: soltanto se Musharraf reinsedierà la Corte Suprema, se i militari non interferiranno nella scelta di un nuovo leader del Ppp, se le elezioni saranno libere e trasparenti, se il regime militare lascerà il posto a un governo civile, si smorzerà forse la miccia della polveriera nucleare pachistana.

(29 dicembre 2007)

Trasloco pittoresco

In Appunti, Around ROME, Italy at a glance, People, Uncategorized on November 19, 2007 at 5:21 pm

Tutto bene, tutto bene! Giorno 19 dall’inizio del trasloco. Uniche scatole svuotate sono quelle di cucina. Tutto il resto e’ ancora da farsi. Dalla mattina del 1 Novembre ci sono voluti 19 giorni per tralocare la linea telefonica e adsl. Quindi Martha ha atteso con pazienza il momento del suo aggiornamento. Dal ghetto a Monteverde tra scatole, polvere, vernici, mobili, piante, piatti, scarpe, cavi, cazzatine varie, quadri e pennelli, vestiti e giornali, panni sporchi e valige non c’e’ mai quello che cerchi. E ancora facchini, idraulici, imbianchini, elettricisti, il primo negozio di fiducia nel quartiere e’ diventato il ferramenta e il primo amico Vladimir, pittore moldavo, per una settimana in casa mezza piena e mezza vuota tra lezioni di russo e mani di vernice. Poi c’e’ la nausea che ti prende mangiando zuppa di verdura e sentendo il sapore di acqua ragia e colore, specie se aggiungi i colori a olio e, visto che piove sia tempesta, dipingi un quadro a olio. Manca solo la scala e piu’ attrezzi di bricolage, ancora la connessione all’etere televisivo e eccoci qui tornare al mondo. Telefono tv internet! Ma senza sei morto? No no, forse piu’ vivo, troppo ingombrante e umano da avere la sensazione del deserto, quando scopri che sei cosi’ piccolo e invisibile difronte allo spazio e al tempo. E poi ti chiedi perche’ la portiera del nuovo palazzo ti ricorda i vicini di casa tipo Erba. E perche’ nei giorni  in cui i giornali sbavano parole sui romeni tu ti ritrovi un ventitreenne romeno che ti aiuta nel trasloco e lavora in nero nei giorni festivi per gli italiani. Va cosi’ che ci vuoi fare, forse non lasciargli la mancia perche’ i giornalisti oscillano tra tutti i romeni sono ladri o non sono ladri? A Monteverde la vita e’ piu’ calma, l’aria piu’ fresca, la luce migliore, comincera’ un nuovo capitolo. Ancora un po’ di giorni e il pensiero riprendera’ lo spazio rubatogli dall’azione che nel prossimo futuro ha un nome: IKEA!

I Gianluigi dei Gianluigi

In Literary Talks, People, Uncategorized on November 9, 2007 at 11:18 am

PicassoQuando ti appresti a partire verso un posto diametralmente diverso dal tuo non te ne accorgi tanto grazie a google heart (che è pur sempre grande come uno schermo) ma dalla quantità di vaccinazioni che incameri nel tuo corpo.
 
Così me ne stò qua ad aspettare l’Africa, la mia Africa. Aspetto di partire per ’sto Congo, per vedere dove sono stati sterminati un milione di tutsi dai bantu inferociti, aspetto di vedere gli ultimi esemplari del gorilla di montagna, aspetto di camminare nella foresta pluviale ed aspetto di asciugarmi il sudore dalla barba rossa e umida, aspetto di poter pascolare come una vacca quieta, senza casa, in un prato verde magari.
 
Intanto ho preso l’aereo, ho affittato un auto e da Santiago de Compostela me ne son diretto a sud, a 5 ore, verso Lisboa. Cammino spesso nel bairro alto, ceno al principe de Colaritz e quando ascolto il fado uscire da qualche negozio devastato mi vien quasi da piangere anche a me.
 
Nell’Alfama i ritmi sono ancora più lenti, le rocce e le pietre sudano, io pulisco gli occhiali e mi sento un uomo felice. Stò prendendo il via, è duro il portoghese ma forse è vero che si nasce con la predisposizione alle lungue, tant’è che quasi mi ci affeziono e pare che suoni;
 sì, il portoghese suona, decisamente.  
 
E’a Porto che trovo il mio signore ed il mio pastore, che poi non è altro che la mia anima. Quella cosa buffa che t’accorgi d’aver perso quando fai fatica a piangere, a ridere, a scopare godendo, a tutte quelle cose dove il dato umano non basta da sè ed a sè ma ci vuole, per così dire, il tocco magico.
 
Sissignori, sono a Gaia, e vedo bene, benissimo o bairro Ribeira e se il signore nostri iddio volesse farmi crepare gli direi calmo calmo
- bene, fallo pure, accomodati!
Intanto sorseggio vinho verte e mangio tapas de nata, sarà la gradazione alcoolica, sarà il sole che ti sbatte in testa e ti pare di essere a primavera, sarà per il culo delle portoghesi o sarà l’hashish spagnolo fatto stà che non v’è e non vi può essere demone ora.
Tutto ciò che concerne i Gianluigi dei Gianluigi è qui, al sicuro, al caldo, e non fa una piega.
 
L’oceano rende il tempo mite, o forse solo noialtre persone.
 
Sto bene, non ho idea del mio nome ma solo di chi io sia…..

Gianluigi Von Biermann

Tutti i racconti nella pagina LITERARY TALKS di Martha’sVersion

Shoah, Not Holocaust

In Appunti, Around ROME, Italy at a glance, People, The Newyorkers, Unforgettable People, WORLD NEWS on October 16, 2007 at 7:40 pm

berlin shoah memorialOn October 16, 1943 over a thousand Jews were sent from Rome to the German deathcamps. In 1985 Claude Lanzmann released a nine-hour documentary film called Shoah, which he prefers not to call a documentary. He spent eleven years interviewing witnesses, participants and survivors of the atrocities. The film is widely condsidered one of the best films made about the Shoah, as well as one of the most powerful documentaries ever made. The film has recently been re-released on dvd.

Film critic Fred Camper had this to say in 1987 about Lanzmann’s “desire to give an ‘everlasting name’ to the Jews who were exterminated. But how does one name an absence? How can one imagine, let alone represent, that lost future, the unconceived and unborn children of those that were killed, those future generations that never were? Around this terrible impossibility Shoah swirls. “

Shoah, not holocaust.

Marc Alan Coen, also in the NEWYORKERS section of this blog.
 

Crozza sfida l’Italia

In Appunti, Italy at a glance, People, Uncategorized on October 15, 2007 at 1:40 pm

AUDACE, DISSACRANTE, IRONICO, INTELLIGENTE! Crozza Italia e’ l’unico programma di satira televisiva che insieme fa ridere e piangere. Perche’ attraverso gli occhi di Crozza ridi dell’Italia che imita e piangi per la verita’ dietro la satira. VELTRONI cerchiobottista…LA CHIESA al passo coi tempi…ma non questi! I PRECARI, quelli fuori dalla CASTA e dagli Studi di La7…insomma GRANDE CROZZA BENTORNATO!!! E poi le note depressive impersonate da Cristicchi danno idea della grande intraprendenza del programma, be’ ci vuole coraggio infondo a ironizzare sul suicidio, l’omicidio, la pazzia e la paura. Pero’ bello serio e agrodolce il tono…basta troppi complimenti! Cerco un biasimo mirato…non lo trovo ero troppo gasata per il ritorno di Crozza su La7. Qualcosa di negativo, mmmhmmm, ecco no…mi torna in mente Cristicchi… maremma vacca…no Cristicchi non lo crepo!

Hitchens’ Sacrifice of Isaac

In Appunti, Literary Talks, The Newyorkers, Uncategorized on October 12, 2007 at 4:50 pm

chagall--the binding of isaacChristopher Hitchens’ recent book is called god is Not Great: How Religion Poisons Everything. The title tells you everything you need to know (and if it doesn’t you probably can’t read). Despite a well-argued defense of atheism, secularism, or simple non-religiosity, the book suffers from one argument in particular that seems hopelessly weak. This is the binding, or “sacrifice”, of Isaac.

Hitchens uses this tale to smear a cream pie in the face of all three Abrahamic faiths in one blow. Of course, this is easy if you read the story out of context. Abraham becomes the pawn of a bloodthirsty Yahweh as he mechanically obeys the divine appetite for child sacrifice. Obviously an appalling episode. But the story can be read another way, as Daniel Hillel suggests in his watershed book The Natural History of the Bible. As Hillel points out, child sacrifice was common in the ancient Near East. The idea was to sacrifice what was most precious–a first-born son is still privileged in many cultures–in order to elicit divine favor. In this respect, Abraham was simply a man of his times. But the eventual sacrifice was transformed, either by divine agency or by conscience, into something quite unprecedented. Hillel writes, “This rejection of child sacrifice was a major step towards a more humane view of God and a greater concern for human life in general.”

Is it not surprising that Hitchens missed this, as have so many before him? Read as a manifesto for religious submission, the story makes little sense. The sacrifice would have simply taken place. Read as a (primitive) allegory for humanism, it transcends its own boundaries. Instead of horrifying us, it speaks from the abyss of a better possible world. Rather than using such a reading as a jumping-off point to condemn religious violence, Hitchens misreads it as a manifesto for religious violence. An ugly blot on an otherwise impassioned polemic against religious absurdity.

Marc Alan Coen, also in the NEWYORKERS section of this blog.

Precariato e giornalismo

In Appunti, Around ROME, Italy at a glance, Uncategorized on October 2, 2007 at 9:14 am

http://www.cartoonstock.com/lowres/cga0020l.jpgRiporto qui sotto una lettera al Direttore de Il Foglio e la risposta di Giuliano Ferrara (Giovedi’ 20 settembre 2007 pag.4) Lo riporto perchè riconosco che in questa condizione si trovano molti giornalisti trentenni d’oggi. Me compresa, anche dopo la cosi’ detta gavetta. Ma la PRECARIETA’, viene da chiedersi dopo la lettura di questo botta e risposta, è forse un insulto per chi non la vive? Se quello che dice Ferrara si realizzasse, quanti giornalisti verrebbero licenziati domani? Insomma o tutti precari o nessuno, senza CASTE in mezzo, certo, siamo d’accordo, sembra almeno una decisione. Molto lontana da venire. Per ora nessuno si sente insultato a rovinare i tassisti…

Al direttore – Non è che, per caso, la Padrone di “precari e contenti” si sia fatta sfuggire la frode che la legalizzazione del precariato porta con se? Glielo chiedo perchè, da giornalista precario (pardon: freelance) ho lavorato per due anni, di fatto, da subordinato: turni di lavoro da rispettare cinque giorni a settimana, staordinari, lavoro notturno, festivo e superfestivo. Il tutto coperto – occultato direi – da un contratto a progetto nel quale si specifica che il lavoratore ha la piena autonomia di gestione degli orari e degli impegni e grazie al quale nulla di ciò che è previsto dal contratto nazionale dei giornalisti mi è stato riconosciuto (nemmeno i contributi, il Tfr, la tredicesima et cetera). La legge non obbliga i furbi a piegarla ai propri interessi, certo. Ho troppo rispetto del defunto giuslavorista Marco Biagi, però, per concludere che non ci avesse pensato.

Il “defunto giuslavorista” è un eroe civile assassinato da un branco di lupi. Questo per la precisione terminologica e morale. Il precariato non è comodo, e non è il solo,lei, ad aver fatto una gavetta difficile, con tutele rinviate. Capitava anche alle generazioni del passato. E ci sono paesi dove si è meno precari perchè esiste l’istituto del licenziamento che genera mobilità e ottimi livelli di occupazione. Licenziabili e felici? Preferisce questa formula?

The Anti-Israel Lobby

In Appunti, The Newyorkers, WORLD NEWS on September 30, 2007 at 3:32 pm

for or against?Let’s face it: there are two Israel lobbies. The first is represented by those who support Israel, the second by those who oppose it. They are mirror images of each other. Every time one side publishes a book, there is another waiting in the wings to discredit it. Every time one takes the side of Israel, the other arrives swiftly to denounce it. They may be paired off like boxers swinging at each other for the title: Dershowitz-Finkelstein, Bush-Carter, Foxman-Mearshimer & Walt. There are other players, to be sure, who spar with each other in a continual intellectual war. The world is split neatly between two warring factions: for and against. Sound familiar? There are even pages of Wikipedia devoted entirely to these often venomous disputes, and one doesn’t doubt that there will soon be volumes published to this effect. There is another war in progress. We might call it, “The Israel Lobby War.”

Of course, there are many lobbies in the United States. They are a legal way of vying for one’s interests. But the accusation that those who “lobby” for Israel have compromised the well-being not only of the United States but of much of the rest of the world, is giving too few people far too much credit. Meanwhile the ideological war is well underway in coffeehouses and universities, where friends and colleagues find themselves in conflicting allegiance. So, what of the old phrase, “let’s just agree to disagree?” Noam Chomsky, the Che Guevara of Israel’s critics, has this to say about Mearshimer & Walt’s thesis: “…recognizing that M-W took a courageous stand, which merits praise, we still have to ask how convincing their thesis is.  Not very, in my opinion.” 

Marc Alan Coen may be found in the NEWYORKERS column of this blog.

Ahmadinejad’s Double Face

In Appunti, People, The Newyorkers, US Newspapers, WORLD NEWS on September 24, 2007 at 10:11 am

Iranian President Mahmoud Ahmadinejad is being received with open arms at Columbia University in New York City, that bastion of transcultural dialogue. “Columbia’s Dean John H. Coatsworth, in the name of defending the university’s invitation to Ahmadinejad, told Fox News that the institute would have invited Nazi dictator Adolf Hitler to appear before students had he been willing to participate in an open debate.” This is the man who has made it his job to lift denial of the Shoah to the level of polite conversation among “enlightened” minds addicted to the narcotic of free speech. If you oppose his visit to Columbia, you are branded a paladin of the pro-Israel Lobby (apparently worse than Holocaust denial or incitement to genocide in these parts), despite the fact that there are more reasons to oppose this man than stars in the sky. Can we be so blind? Well, there is always the idea that by inviting him he will reveal himself before us in all his buggery as just the bigot he is. But my guess is that he will be so well-behaved that next year’s Conference of Holocaust Deniers will be held on New York’s Upper West Side, and not in Teheran. As Deborah Lipstadt wrote, “The people at Columbia who invited him have minds that are so open their brains fell out.”

Marc Alan Coen, also in the NEWYORKERS section of this blog.

Cento Chiodi Redux

In Appunti, Around ROME, Italy at a glance, People, The Newyorkers, Uncategorized on September 13, 2007 at 9:16 pm

Raz DeganThe worst Italian film of the year, or perhaps the worst film of any year, is arguably Ermanno Olmi’s Cento Chiodi. Briefly, it is the story of a fed-up philosophy professor at the University of Bologna who decides to nail one hundred holy books to the floor using large spikes reminiscent of–what else?–Jesus’ crucifixion. One may presume he was fed up with the hypocrisy of religion, but his antiheroic gesture is never explained. He then takes off into the countryside, tosses his cell out the window, dumps his BMW under a bridge and sets out to fashion a new life for himself. We are in sub-Robinson Crusoe territory as he fumbles about on the banks of the Po, eventually settling in an abandoned stone house on the riverbank. The film proceeds ploddingly along through his eventual acceptance by the locals, until finally half the town is helping him build a roof and dig a garden. All of this is banal and, needless to say, improbable. What ties it together in the director’s mind is our ex-professor’s striking resemblance to Jim Caviezel in Mel Gibson’s horror flick, The Passion of the Christ. You will not wonder that all the locals (twelve of them) fall for him. We even have an inoffensive love interest, the town virgin. It’s all here, and in pickled north-Italian dialect, too.

So when the police reclaim his house and send him back to Bologna, where he faces off with the priest whose precious volumes he’d nailed to the floor, his new friends can’t figure out what do do in his absence. So they plan for his return. He never does. The end. The climactic moment of the film comes when our Caviezelesque philosopher tells the offended priest that all the wisdom in all the books in the world cannot beat a cup of coffe with a good friend. Is this the ultimate message of the film?

It’s tempting to think that by tossing in a bunch of loose references to the life of Jesus one can make a quality film.  Such subject matter is often overcharged and overplayed and requires too little effort both from the director and viewer. Throw in a couple of shock images: iron stakes, defiled bibles, angered priests, and one can liberally dream the rest of the movie where there is none. The film plays up its references in such a poorly constructed fashion that the effect is ludicrous. It’s the polar opposite of Gibson’s bloodbath–it’s a sleeping pill.

Marc Alan Coen, also in  the NEWYORKERS section of this blog.

Il grillo parlante…

In Around ROME, Italy at a glance, People, Uncategorized on September 11, 2007 at 11:20 am

www.thehand.itHo trovato un po’ meschina la polemichetta giornalistica sulle intenzioni nascoste di Beppe Grillo di candidarsi alle elezioni europee. Per due motivi. Primo. Manca completamente di analisi del fenomeno di mobilitazione civile sollevato dal Vaffanculo Day. Secondo. Forse non e’ meno deplorevole che tutte, dico tutte, le campagne politiche elettorali, le leggi, i regolamenti, i rimpasti, le nuove creazioni partitiche – insomma l’andazzo politico italiano – miri essenzialmente alla conquista delle poltrone per brama di rielezione, invece che per missione di rappresentanza del popolo italiano? Meschina e ipocrita l’associazione al movimento Qualunquista del dopoguerra. Certo e’ qulunquista e populista la scelta mediatica del Vaffa Day, ma non sono da meno di quelle di Forza Italia o dei Democratici di Sinistra. Mi chiedo. A che serve la Stampa se non a fare il “cane da guardia” del potere? A niente! In questo paese la Stampa e’ il “cavallo” del potere e va dove i padroni tirano le briglie. Si e’ detto: questo tipo di manifestazioni delegittimano il sistema politico democratico basato sui partiti politici. Non si e’ detto: questo tipo di manifestazioni sono l’espressione di una forte denuncia dal basso degli alti livelli di corruzione di questo paese. E io direi, siamo ridotti cosi’ male che la voce della coscienza di questo paese debba essere guidata da un Grillo parlante invece che dai nostri giornalisti? E ancora. Ma gli italiani, storicamente mancanti di coesione popolare e di iniziativa civica e civile, quando ci provano ad alzare la voce, non contano proprio un cazzo? La piazza ha offeso la memoria di Biagi. Un insulto dicono. Puo’ essere, ma l’insulto non e’ meno offensivo della condizione di precariato che i giovani trentenni vivono. Poi se andate a vedere chi sono i parlamentari incriminati vedrete che e’ roba di vecchia data.  Conenuti validi e interessanti l’ho trovati nel sito MENOSTATO.IT . E Martha’s Version li appoggia e li condivide pienamente nella convinzione che qui risiedono i veri cambiamenti di cui l’Italia ha bisogno.

Music That Will Change Your Life

In Appunti, People, The Newyorkers, Unforgettable People on August 9, 2007 at 3:21 pm

bob dylanWe interrupt the summer break to bring you the first installation of a new column of Martha’s Version called “Music That Will Change Your Life“. The idea is simple: music, like books and war, changes lives. So why not write about it? This, I admit, is an old aspiration. Back when I first read Lester Bangs I decided I would be a rock critic; however, I wasn’t prepared for the job as I didn’t have enough chemical vices to fill out the application properly! And perhaps I didn’t even know how to write. But has that ever stopped anyone? Did that stop Bangs himself? The Ramones? You begin, then you begin to learn. So even if you grew up with some of this stuff, listen again with new ears. If not, enjoy! Here’s the first installment.

1. Blonde On BlondeBob Dylan

I arrived in New York City armed with a roll of twenties, my mother’s suitcase, and a portable tape player. I kissed mom goodbye, paid rent for a week (this was a hotel on the Bowery!) and went back upstairs to contemplate my life. I was barely twenty, freshly dropped out of artschool, and unemployed with few or no prospects. I remember throwing Blonde On Blonde into the tapedeck, lying back on my rented cot, and hearing the words that  illustrated my predicament with what seemed an eerie truthfulness. The organ swerving through trickling guitars. That mercury sound. The nasal voice. “Well, the bricks lay on Grand Street…where the neon madmen climb.” I was two blocks from Grand Street! In the middle of the muddle of Dylan’s masterwork–this was why I had come after all! The Chinese fishmongers were still there, the street was indeed paved with bricks, everything shimmering in the bronze light of an early March sunset in Manhattan. Twenty-nine years after the album was cut. The first day of the rest of my life.

In time I must have memorized every word of this album, the most enchanting and eclectic of Dylan’s long career. It functioned like a treasure map of the city, as I followed its clues from point to point, navigating through the people and the places with unassailable curiosity, searching out the Dylanesque in every bookshop and bar. Years passed, and the traumas of life in the city brought me regularly back to Dylan’s couch in order “to find out what price/ you had to pay to get out of/ going through all these things twice.”

Marc Alan Coen, also in The Newyorkers section of this blog.

I Crave the Stillness of Rooms

In Appunti, Literary Talks, The Newyorkers, Uncategorized on July 22, 2007 at 10:19 am

I crave the stillness of rooms
full of smoke, after the party,
when all the guests have gone.
That’s when the poem is born.

Late at night, sitting at a desk
in the city, or outside of one,
the poet remembers those rooms
full of smoke. He lives in them,

a world of his own making.
He conjures the odor of ash,
the yellowed lampshade, the stain
of lipstick on a shard of glass.

Marc Alan Coen, also in the NEWYORKERS section of this blog.

Hard-Boiled, Yiddish Style

In Appunti, Literary Talks, People, The Newyorkers, Uncategorized on July 8, 2007 at 1:31 pm

will eisnerWhat do you get when you throw three million Jews into an Israel-size fingernail clipping of property on the coast of Alaska? Well, for starters, you get a war between Jews and Tlingit, the native Alaskaners. Then you get four hundred pages of snappy dialogue, noodle kugel, and Jewish detectives hungover on Slivovitz panning the streets for a murdered messiah.

Welcome to the world of Michael Chabon. His latest book is enititled “The Yiddish Policemen’s Union”, and it’s the long longed-for follow up piece to the Pulitzer-winning Amazing Adventures of Kavalier & Clay“. Chabon is as hilarious as Philip Roth, as breakneck-witted as Saul Bellow and his faux tough-guy shtick is as patent leather as my living room sofa. Which all makes for a fine cop novel where the characters chatter in Yiddish proverbs and flip each other off in American.

Essentially the plot is the plot of every crime novel: a corpse is found in a flophouse in a bad part of town–in this case on Max Nordau Street. Landsman is a divorced, hard-drinking detective who has seen better days. The region of Sitka is about to be forked over to the Alaskans after sixty years of Jewish autonomy. But why are the Jews in Sitka in the first place? And what will happen when the Alaskans return? For this, dear reader, you must obtain a copy of the book.

It has been said that Chabon cannot write a bad phrase. This is untrue, of course, but he has written many excellent ones. Speaking of a particular Sitka-style donut–and what cop novel lacks a good donut description?–Chabon hones in like this: “Like the storm god Yahweh of Sumeria, the shtekeleh (donut) was not invented by the Jews, but the world would sport neither God nor the shtekeleh without Jews and their desires.” Who else could get the history of God into rave-up for greasy pastry?

Marc Alan Coen, also in the NEWYORKERS section of this blog.

I love The Klezmatics

In Appunti, Around ROME, Italy at a glance, WORLD NEWS on July 6, 2007 at 5:42 pm

Wonder WheelLa musica che piange e ride allo stesso tempo. La grande musica dei Klezmatics arriva a Roma. A Villa Ada il 6 luglio 2007 il loro concerto non sarà certo dimenticato facilmente. Dei loro dischi non ce n’è uno che non meriti profondi plausi. Il loro ultimo Wonder Wheel ha vinto il Grammy Award 2007 per la World Music. I loro precedenti sono importanti. Ci sono frasi nelle liriche che porto sempre con me. Storie di “amore e stivali”, di “amore e pesci”. Espressioni musicali che mettono insieme lacrime e gioie della vita. Suoni che stridono nell’anima di corda e legno del violino. Profonda umanistica schizzofrenica e imprevedibile è la loro musica e non c’è occasione o stato d’animo con cui non sia compatibile. “I ain’t afraid…” “Rise-up”… “Jews with horns”  “…se riuscite a sentire questa musica senza vedere Dio allora siete dei fottuti ciechi”.

The Poetics of Independence

In Appunti, Around ROME, Italy at a glance, Literary Talks, People, The Newyorkers, Unforgettable People on July 4, 2007 at 9:29 am

patti smithLast night Patti Smith rocked the Auditorium in Rome. Sitting next to me was an eight year-old boy with glasses watching who could be his grandma tear the strings off her feedback-droning Stratocaster, on her knees in a pool of sweat. On her chest an oversized white t-shirt with “LOVE” scribbled by hand beneath the universal symbol for peace. Her voice was hoarse as she umphed and yowled some of her best songs, which are some of anyone’s best songs. I have a secret to reveal about Patti: I owe her my life.

Well, not exactly. But when I was young and impressionable her music took hold of me no less than her message. “Piss Factory” practically singlehandedly drove me to New York City with a  suitcase and a roll of twenties in my pocket. I knew nobody, had no prospects, no degree. But I knew where I was headed as I careened toward my twenty-first birthday. I got a job in a bookstore where I knew Patti had worked. I drank and wrote poems and put some of them to music. I followed, almost literally, in her footsteps. A few years later, and in another bookstore, I would meet her. It was like meeting an old friend for the first time. And I still have my autographed vinyl copy of “Horses”, my only celebrity conquest.

Her message, as I perceived it, was bold and simple. It was tailor-made to a generation, perhaps, but no less authentic. It can be summed up in one of her images, the “sea of possibilities”. It gave me and countless others the impetus to imagine something more than an ordinary life, something to aspire to. And even if life has since become more ordinary than it was in New York when I was twenty, the dream is still there, like Wallace Stevens’ palm at the end of the mind. It burns in the back of the cerebellum and will not let go. This is the power not just of rock, but of poetry. It is the power of art.

Marc Alan Coenalso in the NEWYORKERS section of this blog.

The Temples on the Mount

In Appunti, People, The Newyorkers, Unforgettable People, WORLD NEWS on June 28, 2007 at 11:21 pm

aram al-sharifOn June 7, 1967 a troop of Israeli soldiers entered the Old City of Jerusalem. It was the third day of war. For the first time in nineteen years, Jews were standing before the Kotel, or Western Wall. Their victory was transmitted succinctly by radio: “Har ha-Bayt be-Yadenu”. “The Temple Mount is in our hands.”

This event is perhaps the climactic moment in “Six Days of War“, Michael Oren’s widely revered history of the Six-Day War. Later in the book we are reminded of the allusion: to the six days of creation. It is almost impossible to imagine the euphoria that greeted the Jewish world and the sense of despair that descended over the Arab world as a result of this conflict. We still live with them today.

But all’s fair in love and war, as they say. Or is it? In the moments following the arrival of the Israelis to the Kotel, Oren relates an exchange between Gen. Uzi Narkiss and chief rabbi of the IDF, Shlomo Goren. Goren proposes the destruction of the two Muslim shrines standing on the Mount: the Dome of the Rock and the Al-Aqsa Mosque. Narkiss ignores the proposal. The Friday after the war ended Moshe Dayan–then Minister of Defense–would pray there with Muslim worshipers.

Blow up the mosques–was Goren crazy? Perhaps just a little messianic and a touch meshugge. The point is not that one rabbi got carried away with his chutzpah, but that ultimately his plan was shot down. That is, someone decided to do the right thing–even in the midst of a war. Perhaps this is a negligible footnote to a much more unhappy tale: that of the last forty years. Sure, there’s still an occupation going on. And most Palestinians haven’t yet reconciled themselves to the idea of Jewish sovreignty. We have entered the era of “three states for two peoples“. But the mosques still stand on the Haram al-Sharif, and Muslims still worship there every Friday.

Marc Alan Coen – also in the NEWYORKERS section of this blog.

Breakfast on Pluto

In Appunti, Italy at a glance, People, WORLD NEWS on June 26, 2007 at 9:08 am

 Omosessualità e terrorismo. Religione e politica. Irlanda del Nord nei peggiori anni ‘70 del terrorismo IRA. E’ la storia di un ragazzo, figlio di un rapporto “proibito” tra un prete e la sua domestica, che cresce in affido presso una cattolica famiglia irlandese. Molto interessante l’ultimo film di Neil Jordan, provocatorio e apparentemente leggero. Breakfast on Pluto ti costringe a pesare realtà e sentimento, violenza e umanità, politica e religione su una stessa bilancia. Complica e insieme sintetizza bene il conflitto tra aspirazione alla pace e istinto di guerra. Che sia aspirazione a vivere in pace la propria sessualità o il proprio universo sociale. Che sia lotta contro il pregiudizio socialmente radicato o una guerra all’affermazione di una definita identità politica, religiosa, culturale. Non so questo film ha un qualcosa di profetico e brutale che spiazza. Go see it!

A Matter of Moral Masturbation

In Appunti, Italy at a glance, The Newyorkers, WORLD NEWS on May 31, 2007 at 3:12 pm

anti-Israel flag burning

What is it with these British academics and their moral posturing? In the face of the current boycott threat of their Israeli colleagues, I’d like to draw some attention to a positive example being set in, of all places, Italy.           

Yesterday the Italian journalist Magdi Allam visited the synagogue of Rome to kibbitz—about Israel. What makes this visit  historic is that Allam is a Muslim who has just published a new book, “Viva Israele”. He as long been a staunch supporter of Israel’s right—and need—to exist as the Jewish state it is, a position he knows would land him “in front of a firing squad in any Muslim country.” He’s not much better off here in Italy, where he goes about with a private fleet of bodyguards. Italian universities have seen their fair share of anti-Israel bias in the past few years, making them no exception to what is sadly becoming the rule. But Allam persists tirelessly in his careful, studied Italian, preaching tolerance and respect while elucidating the dangers posed by the Islamic hate ideology that has found such a comfortable nest even in our most pluralistic of institutions. For him the root of conflict is not Israel’s existence as a Jewish state in the heartland of the Middle East, nor is it the occupation of what may also be called the disputed territories. For Allam, the real problem is the outright Arab-Muslim rejection of Israel. “The lesson to be learned,” Allam writes in Corriere della Sera, “is that recognition of Israel must be the starting point, not the goal to be reached. There is no negotiating the right to life.”           

The British academic position is what Haaretz’s Bradley Burston rightly referred to as “moral masturbation”. It’s easy to hate Israel. Just check out this book that’s been creeping up on google every time I punch in the words “hate” and “Israel”. The author is one Priya Gandhi-Ganesh and the book’s ineloquent title is, “Why I Hate Israel”. No one, to my knowledge, has ever bothered to review this incendiary piece of garbage, but the blurb says it all: “the most refreshing aspect of this book is the explicitly stated position that the author hates Israel. Gandhi-Ganesh argues from Hinduism, Christianity, International Human Rights, and ethics why her hatred is justified and even encouraged.” Yes, you read correctly: hatred has become ethical. The author neatly enlarges the circle of traditional Jew-hatred to include the once-neglected Hindus. So I ask: who is left to invite to the party?            

While one side argues over who hates Israel more in the name of human rights, elsewhere there is some real bridge-building going on. While Great Britain is busy forfeiting its place as a useful interlocutor, Italy just might steal its seat at the negotiations table. 

Marc Alan Coen – also in THE NEWYORKERS column of this blog.

Virginia Daily/1

In Appunti, US Newspapers, WORLD NEWS on May 5, 2007 at 2:26 pm

Virginia licencse plate
I’ll never forget 9/11. Si legge nei “license plate”, le targhe, delle grandi automobili americane, in coda nella highway che dall’areoporto di Washington Dulles esce dalla grande capitale Federale degli Sati Uniti entriamo nello Stato di Virginia. Il sud degli Stati Uniti sempre patriottico e confederato, la cui cronaca nera ha recentemente macchiato i giornali di tutta europa per il massacro del Virginia Tech. La geometria pianificata delle “planned communities”, grandi centri residenziali, vere e proprie cittadine disegnate e realizzate a tavolino, che costeggiamo la grande capitale, introduce alla vastita’ del teritorio americano. Ma nelle cittadine della Virginia, le piccole Town sanno meno di prefabbricato, e le case di legno con la bandiera americana immancabile a ogni ingresso, creano un’atmosfera piu’ genuina, di stampo coloniale. L’ha ricordata la regina d’Inghilterra Elisabeth II, ieri a Jamestown, centro storico del vecchio impero, la storia di queste terre dal sapore anglosassone. Le armi pero’. Il commercio di small guns e rifles, la loro vasta diffusione, e l’inviolabilita’ della proprieta’ privata ci fanno pensare che forse vale la pena andare a farsi un giro al Walmart. Non cercheremo pasta e caffe’ italiano. Ma di acquistare una automatica…

USA TOMORROW

In Appunti, People, US Newspapers, Uncategorized on May 3, 2007 at 10:01 pm

Hi there! Martha’s Version is leaving for the United States. Try to be in touch with you in Italy through a very interesting live blogging experience.

Ciao! Martha’s Version è in partenza per gli Stati Uniti. Proveremo a mantenerci in contatto con voi in Italia attraverso una esperienza di live blogging molto interessante.

We Are Back

In Appunti, Uncategorized on April 26, 2007 at 9:43 am

copyright imagecache2Problemi tecnici e pratici hanno imposto una lunga pausa nell’aggiornamento di Martha’s Version. But now we are back! Riprendiamo la nostra attività salutando con amicizia la nuova versione di TQV 2.0 e pubblicando immediatamente nuovi argomenti nelle rubriche Newyorkers e Literary talks. Intanto la Versione di Martha suggerisce qualche interrogativo sulle notizie degli ultimi giorni: La nasciata del PARTITO DEMOCRATICO, ma non avevamo superato il regime circa 50 anni fa? Le PRESIDENZIALI FRANCESI, dalla Royale a Bayrou, come fanno a citare il mediocre esempio politico italiano? La tragedia del VIRGINIA TECH, l’arma più ditruttiva non è forse la mente umana?

A Passover Manifesto

In People, The Newyorkers, Uncategorized on April 1, 2007 at 6:14 pm

Let me share a secret with you. Whenever my fancy aches and my imagination begins to work overtime, I begin to wonder just what God is doing all the way up there in heaven beyond the recesses of our wildest dreams. Is he dusting the clouds, getting rid of the stale crumbs between the planets with a cosmic feather, preparing His universe for the festival of Passover? Or maybe he’s talking the resurrection over with Jesus, as to whether or not this year would be a good time to send him back down to earth and bring a much needed end to the world as we know it. Perhaps this year the wolf will finally dwell with the lamb and we can call it a night and sleep the big sleep. I guess I have a conjectural nature.

Don’t bet on it, though. In all probability another year will pass like every one before it, bringing no peace and little respite. The harshness of daily existence will proceed as we pray for the messiah (or his sequel). We will leave the door ajar for Elijah the Prophet. Many of us will put our money on Jesus. Neither of them will even enter the race. This is the fabric of tradition.

Yes, April is here, a tender time for Jews and Christians. Each of us will be caught up in our respective holiday verve, busy as little bees preparing, cleaning, imagining. Again our differences will float to the surface and become apparent. Some will speak of a shared heritage while others will deny this outright. We are getting ready to feel that special surge of identity, that twang in the soul that reminds us who we are and where we belong. Even atheists come home for the holidays.

We must brace ourselves for the onslaught. The waves of religious affinity will come rolling over us, the winds of faith will ruffle our feathers. This will be a trying time, and a tempting one for jihadists, political cartoonists, nogoodniks and other rabble rousers. They will attempt to break us, but we will stand strong. We will not let ourselves be swayed by their childish antics. Life, after all, is far too important to be taken seriously.

A Happy Easter and a Freylikhn Pesach to all.

Marc Alan Coen – also in THE NEWYORKERS column of this blog.

Still Life With City

In Appunti, People, The Newyorkers, Uncategorized on March 12, 2007 at 11:30 am

Our terrible future has just arrived.
The telephone now rings ominously
As we answer, scanning briefly a sky
Of asphalt gray, frightened of what we seek.
The air outside seems somehow to have died
While claustrophobic clouds conceal the week.

Pitifully our fingers indicate
Who is responsible, who is to blame.
Decisions become actions: a face, name,
Age or town of birth will at first suffice
To take the place of what some have called fate.
Comfortable with facts, though, we comprise

A list of enemies, a fraternity
Of evil, where oppressor meets oppressed
In a rhetoric of shadows. Unrest
Claims us with numbers, trivial asides
We rehearse in our sleep—a parody
Of what plagues us, of what tomorrow hides.

Fear is a language we begin to speak.
Murmurs of the uncountable dead fall
Mutely on our ears; our thought has moral
Consequences it never had before.
Our actions aren’t meaningless, but seek
A love greater than typical ardour.

As time distils in us the daily dread
Preoccupations and a need to know
Beleaguer us with headlines that may grow
Darker, still, as we begin to view them
As normal. Our eyesight adjusts, we read
Not knowing how or where to place the blame.

It is our impotence that we detest,
Our powerlessness to function normally
In a familiar environment. We
Suffer on the most casual of terms
Still finding time to enjoy life, subsist,
Root for our team. All evidence affirms

The notion that simply to live is best.
Beyond our guilt exists no common mind
Beneath the surface; yet, as one may find,
We are free to choose a new way of life,
Free to accept our anger, or to rest
Assured that whatever happens, we survive.

Marc Alan Coen

Primadonna

In Appunti, People, Uncategorized on March 8, 2007 at 4:43 pm

CREAZIONE DI EVA - Michelangelo

La prima donna del mondo citata nelle Sacre Scritture porta il nome di Eva, dalla parola ebraica Chavvah, la cui radice significa Vita. La donna è infatti l’origine del mondo e per questo le va reso omaggio in questo giorno a lei dedicato.

Poesia d’inverno

In Around ROME, Literary Talks, Uncategorized on March 7, 2007 at 12:22 pm

Forse soffocherò fra i rischi,
Forse mi han stufato i fischi
parole e rantolii, abbaiano i cani, saltano i cavalli nei recinti,
 
“Sembra sole nascente
questo sole d’occidente,
sembra sole che nasce
questo sole calante…”
 
irradia l’orizzonte ed infiamma il firmamento
ed il buio lo sorprende e fosco e nero avvolgente,
 
Che per me e per la mia vita che ho perduta la mia jasnaja Poljana,
e s’avvicina un inverno
che contrasta con l’ufficialità della primavera.
 
 Non c’era una sola parola che fosse d’amore, il canto d’un gallo contrastava ben forte con l’alba alquanto in ritardo.
Quando tornai a casa trovai un gatto inchiodato sulla mia porta.
I soliti ragazzi teppistelli di paese.
Avrei voluto essere l’orco delle fiabe,
avrei voluto essere il lupo di cappucceto rosso,
avrei voluto essere l’uomo nero,
avrei voluto inchiodar loro alla mia porta.
Forse avrei voluto essere tutto questo, ed ucciderli tutti nell’animo.
 
Eppure non salì mai l’ombra del mio pianto, se ne rimase in disparte ad osservare.
Anelo il cuore mio ad alcuni firmamenti di cui ignoro la rivoluzione
la carne di una ragazzina pur madre e figlia non salva la mia grazia
salva invece l’ora del tramonto da quella delle tentazioni.
  
Rendevo il culto a chi mi rapiva il cuore, poi passavano mesi, forse anni, forse qualche giorno che dovevo trovarlo, chè senza cuore non è un affare la vita lunga.
La libertà era una forma di disciplina che in quanto la deficiassi mi sfuggiva.
Non era qui, non era ora, non era nemmeno quando. 
 
 Lei si era dichiarata indipendente, mentre se ne andava.
io mi raccoglievo dentro la mia intimità
l’ultimo proclama mi era pieno di estranietà.
Ecco che di colpo “lei” non c’era,
e non c’era “me”.
 
Sottile corda che inizia a vibrare, nasconde e secerne candore,
 il fuoco che avvampa, che colora che scalda,
che consola,
si infuoca, si piega,
si tinge  di finitezza e dolore
dolore che affoga in un’ ira
il vuoto che mi ingloba
il pieno che fiorendo
mi consola e mi perdona.
 
Capivo molto bene Cortèz,
capivo molto bene ora il suo dar fuoco alle navi una volta sbarcato nel nuovo mondo.
Qualcuno chiese lui se fosse impazzito.
No che non lo era.
Ma ora era spronato al massimo ad andar avanti non potendo più tornare indietro.
  
Il tempo di partire
ed il tempo di tornare.
Il tempo di guarire
ciò che fa ammalare….

Gianluigi Von Biermann

Entering 2007

In Appunti, Italy at a glance, Literary Talks, People, Uncategorized on January 11, 2007 at 4:57 pm

.Ending 2006 – Entering 2007. Questo giovane blog, a pochi mesi dalla sua fondazione, sarà nel 2007 ben più attivo che nella sua prima fase di rodaggio. La vocazione rimane quella internazionale, giornalistica, bilingue ma senza togliere nulla al piacere di commentare e raccontare il vivace caos dell’Italia odierna. Una nuova pagina sarà dedicata ad “argomenti letterari”, affinchè la dimensione umana e sentimentale del genere umano non sia frustrata da argomentazioni specialistiche che ci fanno dimenticare l’uomo dietro lo schermo. La rubrica è affidata alle mani talentuose di un caro amico dall’eclettica personalità. A chi preferisse questo pianeta è dedicata la pagina LITERARY TALKS, dove è possibile fare una pausa piacevole fermandosi all’Adler Cafè di Gianluigi Von Biermann. In più entering the year 2007 vanno rivolti special tanks a tutti i blogger amici che hanno commentato positivamente la nascita di Martha’s Version. So thank you to EsperimentoNullo - Mariosechi.net - Monograph - Robinik - Jim Momo - StarSailor.net - The Right Nation - Walking Class  e un in bocca al lupo alla nuova versione del portale di aggregazione di bloggers Tocque-Ville 2.0. E infine grazie alla nuovo sito di Ideazione e a tutti coloro che hanno inserito questo blog tra i loro preferiti. Andiamo verso un futuro di giornalismo internazionale, politica, letteratura ma presto anche arte e natura. Yes comment!

Merry Christmas

In Unforgettable People on December 24, 2006 at 3:57 pm

Merry Christmas! This is the sentence I choose to wish all my blog friends sweet holidays!

“Art does not reproduce the visible. Art makes visible” Paul Klee (1879-1940)

A ciascuno il suo

In Uncategorized on September 28, 2006 at 1:21 pm

A me il mio.

Come nome e cognome, indirizzo, codice fiscale, numero di cellulare, indirizzo mail e tanti altri numeri e lettere, che garantiscono l’esistenza di un individuo, anche il blog vuole la sua dignità.

Strumento dell’estrema possibilità democratica che l’umanità ha raggiunto, il blog è diventato un modo apparente di credere e far credere che le proprie opinioni interessino al mondo!

Perchè non crederlo…

Barney’s version

In Uncategorized on September 27, 2006 at 4:12 pm

 

Must read this book: Barney’s version.
A great novel by Mordechai Richler:

a politically uncorrect masterpiece like this blog pretends to be!

Hello world!

In Uncategorized on September 27, 2006 at 2:35 pm

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